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martedì, 29 maggio 2007


Opg: dove l’indulto non è arrivato, di D.S. Dell'Aquila, Il Manifesto 5/1/07      

Reportage

Dario Stefano dall'Aquila


Aversa


Di ingressi così, nonostante quasi dieci anni di visite in carcere, non se ne ricordano. Non è stato un attimo, ma questione di pochi minuti. Il contrasto tra l'ampio spazio verde, con animale e uccelli rari, e l'area del passeggio della sezione cosiddetta Staccata dell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa è netto. Il tempo di un portone, due scalini, poi un cancello dai vetri levigati e dalle sbarre di ferro. In un attimo, delle circa cinquanta persone che passeggiano, una trentina ci circonda, in modo frenetico, mani tese, frasi smozzicate, altre più rabbiose, curiosità, richieste di favori, piccole domande. Siamo separati da questo fiume di storie.


Per contrasto all'interesse di molti, una discreta parte degli ospiti di questo cortile largo e irregolare, con l'aria di una stazione di aspetto dimessa, ci ignora, immobile, prigioniera di piccoli e ripetuti gesti. Qualcuno ripercorre freneticamente il cortile di corsa, un internato è poggiato al muro e apre e chiude, ripetutamente, una fontana, altri rimangono immobili, appoggiati ai muri. Si affollano curiosi, ripetitivi, alcuni con le domande classiche del detenuto, una carta processuale sempre in tasca, ma i più con domande insolite, una richiesta di dialogo o una storia raccontata a metà. «Come lei sa io sono un amministratore politico», spiega un ragazzo quando apprende che c'è un parlamentare nella delegazione, Francesco Caruso del Prc.


Gli internati si avvicinano a turno, «chiedono siete voi l'onorevole», e la risposta negativa non serve a scoraggiarli. Sono sporchi, maleodoranti, panni dimessi, cappotti su pigiami, pullover che ricordano altre mode, colpisce quanti di loro siano colpiti da dermatiti, alcune appaiono devastanti, uno ha la pelle del viso squamata, un altro ha come delle stimmate sul dorso della mano.


La Staccata è una sezione figlia di una storia orribile. E' quella dei letti di contenzione, degli elettroshock, dei pazzi pericolosi e irrecuperabili, delle leggende, delle botte, degli esperimenti psichiatrici. «Oggi è diverso», ci dicono. Sicuramente vero, ma in questo posto non è mai soffiato il vento di riforma che ha permesso di chiudere i manicomi. Qui ogni cosa appare sospesa, il tempo, la dignità, i diritti.


La calca di persone dura forse un'ora, forse meno, ma il tempo sembra rallentare. Alcuni ritornano, più volte a ripetere le stesse cose, stesse richieste e domande. Molti bisogni, ma quello del dialogo sembra prevalere. Si presentano, cognome e nome. Quando chiediamo gli anni di permanenza, e ogni giorno in una condizione del genere sarebbe eccessivo, è un brivido. Quattro, sei, dieci anni. Francesco M. digrigna i denti, ogni volta che termina la frase, un rumore di gesso contro la lavagna, come a sottolineare l'importanza di ogni frase. «Si sta male, hai capito, si sta male, si sta male» e tac, un rumore di denti contro denti. Denti così neri che ti chiedi come stiano in piedi. Un internato, privo di un braccio, trotterella da un gruppo all'altro, mentre Francesco M. ripete che c'è violenza, che si sta male e digrigna i denti, con rumore sordo. A placare gli internati le sigarette, gli agenti le distribuiscono come calmante, sembrano funzionare di più degli psicofarmaci. Basta tirare fuori un pacchetto e a gruppetti si affollano, per poi disperdersi ognuno con la sua sigaretta da fumare subito e da difendere dagli altri. Qui il mondo è un cortile e l'orizzonte una grata.


Gli Opg un tempo si chiamavano manicomi giudiziari. Oggi ve ne sono 6 in tutta Italia, due solo in Campania. Sono a tutti gli effetti carceri e dipendono dal Ministero della Giustizia. Vi sono persone, in linea di massima, che hanno compiuto un reato, ma che non sono in grado di intendere e di volere. Sono quindi condannate non a una pena determinata, ma a una misura di sicurezza che può essere, a seconda del reato, di due, cinque o dieci anni. Proprio perché sottoposti a misura di sicurezza e non a una pena si definiscono internati invece che detenuti. Se al termine della misura il magistrato di sorveglianza ritiene che sussiste la pericolosità sociale, la misura viene prorogata. Non c'è indulto che tenga.


Capita così che una persona che commette un furto per il quale sconterebbe meno di un anno, se viene dichiarata non sana di mente finisce per scontare una pena che dura anche tutta una vita. Si chiamano ergastoli bianchi. Metà degli internati di Aversa è dentro per reati contro il patrimonio.


Ci sono poi detenuti comuni che perdono il «lume della ragione» e la cui pena viene sospesa e vengono mandati in Opg. Se rinsaviscono tornano in carcere. Usciamo dal cortile per visitare la sezione accompagnati dalle ultime frasi, «dottore hai capito, è tentato omicidio, non omicidio, dillo all'onorevole, e, si sta male, si sta male, si sta male». Tac. Si chiude il cancello. Basterebbe così ma si prosegue.


Le celle sono vuote, con l'eccezione di qualche internato che rinuncia al passeggio. Da una spunta un fantasma, si chiama Costantino, è sostenuto da un altro internato e sembra un bambino di tre anni che saluta. Si regge a fatica in piedi. Ha un sorriso sdentato e incosciente. Sta qui da circa 30 anni, ne ha 55, ne dimostra venti in più. Le celle sono vuote, appena un letto, un lenzuolo bianco grigio e una coperta marrone con una striscia bianca. La stanza numero sei ha una scritta su un cartoncino rosa che è di per sé un manifesto psichiatrico: Stanza Coerciti. Dentro tre letti, piccoli, fissati al suolo, con un buco al centro per i bisogni e un secchio sotto a raccogliere. Sono vuoti ma, come apprenderemo dal registro che di lì a poco andremo a vedere, sino a qualche giorno fa ancora occupati. Due strisce di cuoio, una per lato, e il resto non si fa fatica a immaginarlo.


Francesco, la cui bonarietà sembra sorprendere tutti, ci precede in infermeria. Dal registro risulta che un internato, Marco O., è stato legato per 11 giorni. Il personale medico di un Opg è convenzionato. Non ci sono psichiatri assunti ma consulenti con un monte ore mensile. Sono attualmente sette. Se dividiamo il monte ore di consulenza per il numero di pazienti, fanno 12 minuti di assistenza psichiatrica settimanale a testa. Anche larga parte del personale paramedico è a contratto.


Il direttore Adolfo Ferraro spiega che la spesa per il vitto prevista dalle tabelle ministeriali è di 1,50 centesimo di euro a internato. La struttura costa 4 milioni di euro l'anno, molto meno di quanto si spenderebbe per un carcere, ancora molto di meno di quanto si spenderebbe se queste persone fossero ospitate in strutture residenziali. La visita prosegue: altre due sezioni, storie di disperazione, di povertà, assenza di avvocati e famiglie. Chiudiamo dopo quattro ore con Mario, internato semi-muto che con suoni disarticolati ci chiede di avvisare la sorella, di dire alla loro madre di farsi trovare a casa, perché il numero che compone suona a vuoto. E' il primo impegno che manteniamo, una volta fuori. Il secondo è questo racconto, perché a tutti abbiamo promesso che non ci sarà più silenzio sulle loro vite, che non c'è codice penale, norma amministrativa, disciplina psichiatrica che giustifichi questo dolore.

Postato da: Ellend a 10:38 | link | commenti |
il manifesto

martedì, 11 ottobre 2005

NAPOLI - LA VERA STORIA DEI TUNNEL


di Dario Stefano Dell'Aquila
Se fosse un film sarebbe un film di Francesco Rosi, se fosse una giallo
sarebbe, ovviamente, un giallo di Carlo Lucarelli. E invece questa è la
storia vera del sottopasso, anzi dei sottopassi, che dovrebbero ospitare il
traffico cittadino lungo la Marina di Napoli. L'idea di partenza della
giunta guidata da Rosa Russo Iervolino era quella di chiudere al traffico
piazza Municipio, congiungendola con il porto antistante Palazzo San
Giacomo. Per fare questo ci si proponeva la costruzione di un breve
sottopasso, lungo il quale far scorre il traffico. Un intervento che sarebbe
costato circa 40 milioni di euro.
Poi l'idea, per così dire, si allunga e raddoppia. Il Comune di Napoli,
infatti, nel giugno del 2004 affida per un importo di 3 milioni di euro ad
un'associazione temporanea di imprese - guidata dalla londinese Arup -
l'incarico
di progettare due sottopassi nelle due direzioni di marcia, tra via
Partenope e via Cristoforo Colombo. La prima galleria dovrebbe condurre il
traffico da via Nazario Sauro a via Marina, l'altra, in direzione inversa,
da quest'ultima sino alla Galleria Vittoria. La prima di una lunghezza di
circa 1300 metri, la seconda, più breve, di circa 800 metri. E i costi
aumentano, passando dagli iniziali 40 ai 122 milioni di euro (fonti
attendibili però sostengo che la cifra necessaria sarà più alta, intorno ai
200 milioni). Si tratta, ben inteso, di stime per difetto, considerando che
sono riferite ai soli studi preliminari, privi cioè di indagini
idrogeologiche: che possono portare alle consuete "sorprese" molto, molto
onerose per le casse dell'erario.
IL TUNNEL DEL PAPA
Ma dove trova, un Comune in condizioni economiche non proprio floride, 122
milioni di euro? Infatti non li trova: al momento dispone di 50 milioni e
quindi si decide d'avviare la costruzione di un solo sottopasso, quello da
via Partenope verso via Marina. Tempo previsto, tre anni, poi si vedrà. Il
via alla gara di appalto era previsto per questo settembre, se non fosse
stato per le proteste di albergatori e comitati di cittadini, e per le
perplessità espresse della Provincia: tutto ciò, in piena estate, ha
convinto a rallentare i tempi. Dopo un incontro, abbastanza teso, il
vicesindaco Rocco Papa, sostenitore del progetto, ha assicurato una pausa di
riflessione. Uno stop frutto della costanza dei Comitati cittadini, in
particolare di quello dei residenti a Santa Lucia e, probabilmente delle
critiche al progetto mosse da numerosi esperti. Tra i politici, il
consigliere comunale Mario Esposito, del gruppo Unità delle Sinistre, si è
opposto all'ipotesi del sottopasso, assenti dal dibattito gli altri. Ma
anche la conferenza dei capigruppo della Provincia ha espresso forti dubbi e
chiesto un incontro con l'amministrazione di Palazzo San Giacomo.
Una richiesta che Rocco Papa ha promesso di accogliere, ma che non ha
mancato di definire "irrituale". L'idea di un tunnel sotto il livello del
mare, infatti, per quanto poetica, presenta molti punti non chiariti.
Cominciamo dallo studio presentato dall'Arup nel marzo di quest'anno. La
società redige il progetto preliminare in tempi rapidi, forse troppo. Il 15
giugno firma il contratto con il Comune, a fine giugno trasferisce i suoi
progettisti, il 2 agosto deposita il progetto. La rapidità si spiega
probabilmente con il fatto che non sono stati compiuti gli studi di
fattibilità ambientale, le indagini geologiche, idrogeologiche ed
archeologiche preliminari. Per le proprie stime l'Arup si basa sui flussi di
traffico raccolti tra il 28 giugno e il 2 luglio (con scuole chiuse e
migliaia di persone in ferie). Sulla base di questi dati calcola che la metà
degli attuali flussi di traffico (tra il 45 e il 55 per cento)
percorrerebbero il sottopasso (si tratta cioè di auto il cui percorso
proseguirebbe senza interruzioni, sboccando al termine di via Marina).
E' qui il primo nodo del problema. Il sottopasso non ridurrebbe
drasticamente il traffico in superficie, al massimo lo dimezzerebbe. La
relazione progettuale poi ammette che la costruzione del tunnel avrebbe un
effetto indesiderato. Quale? Nientemeno che l'aumento degli stessi flussi di
traffico... All'imbocco del sottopasso, in via Nazario Sauro, le auto da
3000 l'ora dovrebbero passare a 4100. Questo perché il tunnel avrebbe un
effetto catalizzatore. Nell'immediato, la costruzione del tunnel
comporterebbe la chiusura del traffico per circa quattro anni e in alcune
ipotesi alternative si prevede anche la riapertura di piazza Plebiscito.
Margherita Riccio, portavoce del Comitato Santa Lucia, spiega che
l'attuazione
del progetto «trasformerebbe il lungomare in una strada a scorrimento
veloce, snaturandone la vocazione. La costruzione del tunnel incentiverebbe
l'uso dell'auto, smentendo le scelte in tema di trasporti sin qui fatte
dall'amministrazione
comunale». In più - rincarano la dose al comitato - l'esperienza di
progettare senza conoscere il sottosuolo ha già dato esiti negativi con la
linea metropolitana: due "talpe" escavatrici sono rimaste prigioniere nel
sottosuolo, senza contare la "sorpresa" dei vascelli antichi scoperti sotto
piazza Municipio, con uno stop ulteriore di almeno altri due anni ai
cantieri del Metrò.
Alla contrarietà di comitati cittadini ed operatori turistici si
contrappongono gli interessi dei gruppi imprenditoriali coinvolti nel
consistente appalto. L'Arup, dal canto suo, ha scelto collaborazioni di
illustri docenti napoletani e di prestigiosi studi di progettazione. La
società londinese si è avvalsa della Interplan come consulente per
l'urbanistica
e gli aspetti tecnici locali: compito di Interplan sarà, fra l'altro,
l'individuazione
delle soluzioni dei terminali del tunnel, per l'impatto sulla viabilità e le
sistemazioni circostanti. La società è diretta dagli architetti Camillo e
Alessandro Gubitosi, docenti dell'Università Federico II, che hanno al loro
attivo la progettazione di uno dei più grandi complessi militari Nato,
quello di Sigonella, 42 ettari e 526 alloggi (vedi l'articolo di Antonio
Mazzeo su
www.terrelibere.org ), ma anche il Quartier Generale della Nato di
Lago Patria e di alcune strutture della base Nato di Aviano tra il 1993 e il
1994.
Contro il progetto si schierano le associazioni (LegaAmbiente, Wwf, Italia
Nostra, Collettivo Architettura, Comitato di Portosalvo), ma anche
urbanisti, geologi, intellettuali. Alda Croce, Luigi De Falco, Guido
Donatone (presidente di Italia Nostra), Pino De Stasio, Carlo Iannello
bocciano l'idea senza appello. Un tunnel inutile, un asse veloce di
penetrazione lungo il porto e il mare che creerà traffico, tagli di alberi
nel giardino del Molosiglio, intasamenti all'imbocco dei tunnel: «è
preferibile - scrivono in un documento comune - migliorare pazientemente
l'amministrazione
ordinaria invece di cercare alibi in progetti stratosferici. Oltretutto
costa meno». Secondo l'urbanista Massimiliano Fuksas «è giusto lavorare nel
sottosuolo solo se si deve costruire una stazione».
Il geologo Riccardo Caniparoli è stato categorico: «il tunnel - commenta -
modificherebbe la circolazione idrica sotterranea, le acque che oggi
scaricano a mare, a causa della barriera costituita dal tunnel, salirebbe in
superficie determinando allagamenti». Aldo Loris Rossi ricorda che le
sorprese e gli imprevisti ritrovamenti di reperti archeologici sono tali
solo per chi non conosce la stratificazione delle aree. Senza una
ricostruzione storica dell'area si interverrà distruggendo resti
archeologici o i progetti dovranno subire sostanziali (e costose) modifiche
in corso d'opera.
I dubbi e le critiche non hanno però smosso di molto il vicesindaco Rocco
Papa, fermo sostenitore del progetto, che ha comunque incassato, dopo alcune
perplessità, il via libera della Sovrintendenza ai Beni Culturali e
dell'Autorità
portuale (parte della sua area sarà attraversata dal tunnel).
L'amministrazione
punta molto infatti su questa opera e non sembra al momento intenzionata ad
accantonare l'idea. Ha promesso più tempo e indagini idrogeologiche, ma il
nodo vero è che si avvicina la scadenza elettorale, con le conseguenti
tensioni che si determinano. Staremo a vedere se il tunnel sarà o meno un
buco nell'acqua.
L'ARUP DEL MESE
Mentre a Napoli si litiga e ci si confronta, sul sito della Arup, la
multinazionale del business & building fondata nel 1946, in piena guerra
mondiale, da sir Ove Arup, i progetti per i tunnel partenopei occupano
un'intera
pagina e stanno lì a mostrare come la corazzata angloamericana sia riuscita
ad accaparrarsi una fra le più imponenti realizzazioni degli ultimi anni su
scala internazionale. «Oggi Arup - viene spiegato - ha uffici nei cinque
continenti ed è coinvolta in 8000 progetti in 100 Paesi, con oltre 7000
collaboratori nel mondo. Più della metà dell'attività di Arup si svolge in
Europa, dove ha consolidato la propria presenza con 12 studi».
Artefice del "miracolo napoletano" è sicuramente lui, l'ingegner Gabriele
Del Mese. Salernitano doc (recentemente è stato insignito dei premio ai
salernitano illustri organizzato dal comune campano) e iscritto al locale
ordine degli ingegneri, nel 2000 Del Mese ha fondato a Milano, nel
centralissimo corso Italia, la Arup Italy, con la quale sta dando
rapidamente la scalata alle principali opere pubbliche nel belpaese, dal
Palahockey per Torino 2006 alle linee Tav di Firenze. Risponde,
naturalmente, sempre alla casamadre. La quale, nel frattempo, ha pensato di
attrezzarsi per prevenire - o ricostruire - i Paesi colpiti da guerra o
terrorismo.
 Impegnata in prima linea sui terreni caldi dell'Iraq e perfino nello Sri
Lanka sfigurato dallo tsunami, Arup international fin dal 2002 aveva diffuso
a beneficio degli Stati maggiormente "a rischio" come Usa e Gran Bretagna,
un corposo manuale antiterrorismo, il Guide to Security and Business
Survival, nel quale dettagliava anche i servigi da offrire in caso di
attacco come quello alle Torri gemelle di New York. Ma torniamo a Napoli.
E vediamo come viene illustrato, sul sito internazionale, il progetto: «La
città di Napoli ha commissionato un tunnel sotto il centro storico e lungo
la linea di costa per alleviare in parte il congestionamento dei traffico e
i relativi problemi». E più avanti: «Dopo aver vinto la gara in aprile
abbiamo redatto la bozza preliminare del progetto e siamo quotidianamente in
contatto col cliente per rifinire i molteplici aspetti della proposta».
Sembra, insomma, cosa fatta. Del resto, il 3 marzo scorso l'iniziativa era
stata ufficialmente presentata alla città nel corso di un incontro avvenuto
presso la Sala Giunta di Palazzo San Giacomo alla presenza del sindaco Rosa
Russo Iervolino, del vice Rocco Papa, dell'assessore alle Risorse
strategiche Enrico Cardillo, ma soprattutto, insieme «all'amministratore
delegato della Arup Italia Gabriele Del Mese - si legge nel comunicato
stampa del Comune - oltre al professor Agostino Nuzzolo docente di Trasporti
presso l'Università Roma 3 di Tor Vergata e consulente per la realizzazione
del progetto».
Tutto OK, Del Mese. Resta solo una domanda: è parente dell'ex
sottosegretario democristiano, il salernitano Paolo Del Mese, attuale
presidente regionale dell'Udeur di Clemente Mastella?
r. p.

La Voce della campania Settembre 2005

Postato da: Ellend a 11:01 | link | commenti |

sabato, 19 marzo 2005

AVERSA
Una morte sospetta
Fermato dalla polizia muore soffocato Gli agenti: era in overdose. L'autopsia lo esclude
DARIO STEFANO DELL'AQUILA
ROBERTO SAVIANO

E' morto durante un fermo di polizia, Domenico Palumbo, tren'anni. Secondo gli agenti che la sera dello scorso 31 ottobre lo hanno immobilizzato a terra, Domenico era un tossicodipendente in overdose. Ma quando sono stati resi noti i risultati dell'autopsia sul suo corpo è venuta fuori un'altra storia: Domenico non aveva fatto uso di sostanza stupefacenti, e la sua morte è avvenuta per soffocamento. Cosa è accaduto, dunque, quella sera ad Aversa, in provincia di Caserta? Domenico Palumbo era in automobile, quando con una ruota finisce in un avvallamento davanti alla scuola di Polizia Penitenziaria. Domenico si allontana, alla ricerca di un aiuto. Gli agenti di turno preoccupati dal rumore e da quell'auto in sosta con il motore acceso, prima chiamano la questura poi i carabinieri. Temono che l'auto sia rubata, forse anche qualcosa in più: una circolare ministeriale invita a mantenere alta l'attenzione per possibili attentati.

Tre agenti decidono di uscire. Si avvicinano all'automobile. Domenico Palumbo ritorna e, infastidito dalla presenza degli agenti, li allontana bruscamente. Riprova a mettere in moto la sua auto. Gli agenti pensano ad un ladro, lo immobilizzano e lo bloccano a faccia a terra sul marciapiedi esterno alla scuola.

Molta gente assiste alla scena e rumoreggia sia per l'eccessiva veemenza con cui il giovane è trattenuto sia perché Domenico non sta bene. Il suo malessere è evidente e gli stessi agenti chiamano il 118, chiedendo un intervento per un giovane tossicodipendente, probabilmente in overdose. Il medico del 118, il dottor A. P. dichiererà che una volta arrivato ha notato un'auto in bilico sul selciato, vicino «vi era un giovane in posizione prona, con la guancia sinistra poggiata a terra. Veniva mantenuto nell'occasione da due persone di cui una lo teneva per i polsi ed altra lo teneva per i piedi. Le due persone si sono qualificate quali appartenenti alla polizia penitenziaria e nell'occasione mi hanno riferito di stare attento poiché il giovane era violento. Ho fatto spostare tutti e avvicinandomi al giovane l'ho girato in posizione supina, in tale frangente mi sono reso conto che il giovane era deceduto». Questa testimonianza è stata confermata dal collega del medico. I tentativi di rianimazione falliscono. Il giorno dopo il direttore della scuola, Mario Mascolo, fornisce alla stampa una versione ufficiale dell'accaduto: il giovane si dimenava, sotto evidente effetto di stupefacenti e appena si è sentito male è stato chiamato il 118. Il tutto si è svolto senza alcuna violenza. Questa versione sarà ripetuta dagli agenti anche al magistrato e sarà trascritta nei rapporti. Tre giorni dopo, un quotidiano riporta la notizia spiegando che l'autopsia ha confermato la morte casuata da overdose. Ma quella autopsia non è ancora stata effettuata. I risultati infine arrivano: Domenico Palumbo non era sotto effetto di sostanze stupefacenti. La sua morte, atroce, è avvenuta per un motivo banale: soffocamento. «Per asfissia meccanica dalle vie respiratorie da parte di materiale alimentare nelle fasi iniziali della digestione», dice il consulente medico del pm Antonella Cantiello, della Procura di Santa Maria Capua Vetere. La causa: i resti di una abbondante cena non ancora digerita. Nonostante questo il pm ha chiesto l'archiviazione perché «l'immobilizzazione, atto legittimo ed imposto dalle reazioni incontrollabili del Palumbo durò pochi istanti. Non tali quindi secondo il pubblico ministero a cagionarne la morte». La famiglia si è rivolta al vescovo di Caserta, Monsignor Raffaele Nogaro. 

Il manifesto 18-03-2005
 

Postato da: Ellend a 15:32 | link | commenti |
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sabato, 08 gennaio 2005

 CARCERE
Secondigliano uccide
Nuovo morto nel penitenziario napoletano. Dopo un'irruzione dei secondini
DARIO STEFANO DELL'AQUILA

NAPOLI
Morte misteriosa di un detenuto del carcere di Secondigliano. Domenico Del Duca, classe 1978, fine pena nel 2007, è deceduto il 23 dicembre presso l'ospedale Cotugno, dove era arrivato, in coma, il giorno prima, proveniente dal secondo istituto di pena della città. La notizia è trapelata solo in questi giorni grazie al passaparola di radio carcere. Sulla sua morte è sino ad oggi regnato il completo silenzio (ne parla oggi Metrovie, l'inserto campano del manifesto). Del Duca, sieropositivo, immunodeficiente, era ricoverato nel centro clinico del carcere da settembre. Proveniva da un anno di internamento nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Napoli, perché soffriva di disturbi mentali. La notte del 21 dicembre si è barricato in cella, per un motivo apparentemente banale, una sigaretta negata. Gli agenti di polizia penitenziaria decidono di fare irruzione e utilizzano gli idranti per riportare l'ordine. La cella viene inondata di acqua e ruggine, così come il suo occupante. Il ragazzo viene trasferito nella cella liscia, priva di ogni suppellettile, di un altro reparto. La mattina del 22 viene trovato in coma di primo grado dal medico di turno che ne dispone l'immediato ricovero in una struttura ospedaliera. Del Duca viene trasferito, sembra solo dopo alcune ore, presso l'ospedale Cotugno, specializzato per le patologie da Hiv, dove muore, il giorno successivo senza riprendere conoscenza. Il suo referto parla di morte causata da crisi cardiorespiratoria (polmonite fulminante?), ma sul corpo non è stata disposta alcuna autopsia, indispensabile per chiarire i fatti. Non risulta che la Procura di Napoli abbia aperto un'inchiesta, né che il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ne abbia disposto una interna per verificare le modalità dell'intervento degli agenti ed eventuali responsabilità.

La morte di Del Duca è la quinta avvenuta nel carcere negli ultimi mesi del 2004. Nell'estate scorsa sono deceduti tre detenuti, tra cui Francesco Racco, che al momento della morte pesava appena 39 chili. Il 18 novembre, un detenuto di 31 anni, Francesco Pirozzi è morto di overdose all'interno del penitenziario.

il manifesto - 07 Gennaio 2005

Postato da: Ellend a 15:44 | link | commenti |
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giovedì, 16 dicembre 2004

Napoli, il consiglio comunale si vende l'acqua
Approvata la privatizzazione del servizio idrico. Verrà creata una società mista, la quota pubblica sarà del 51%
DARIO STEFANO DELL'AQUILA

NAPOLI
Via libera alla privatizzazione dell'acqua da parte del Consiglio comunale di Napoli che ieri ha bocciato la mozione con cui Prc chiedeva di rivedere la strada della gestione mista del servizio idrico di Napoli, come proposto dall'assemblea dei sindaci dell'ambito territoriale (Ato). La mozione ha ottenuto 13 voti favorevoli (Prc, Verdi, sinistra Ds e singole adesioni) e 18 contrari ed è stata quindi respinta. Il bacino di Napoli-Volturno, con oltre due milioni di utenti, è così tra i primi in Italia ad intraprendere la via della gestione mista, con una quota pubblica, inizialmente prevista al 60% contro il 40% del privato, destinata a ridursi a 51% nel primo anno ed ad essere progressivamente dismessa.

Il consiglio comunale ha di fatto ratificato la delibera dell'assemblea dell'Ato, approvata il 23 novembre tra le polemiche di associazioni e comitati, impegnandosi a garantire la quota della partecipazione pubblica e la salvaguardia dei livelli occupazionali. Un impegno che non serve a fugare le preoccupazioni sul prossimo ingresso di capitali privati. «Una scelta molto grave - ha commentato il segretario provinciale del Prc Peppe De Cristofaro -, che non dà garanzie sufficienti. Si sceglie una strada pericolosa che rischia di essere un cavallo di troia e di aprire la via alla gestione privata.La battaglia si sposta ora dalle aule istituzionali alla società, raccoglieremo le firme per un'iniziativa di legge popolare».

Di scelta inspiegabile parla Gabriella Cundari, consigliera regionale dei Verdi: «Dal Comitato ribadiscono che non si tratta di una scelta tecnica, ma politica e che nessun vincolo dell'Unione europea impedisce la scelta di un modello di gestione diretta dei servizi idrici. La strada della gestione diretta è stata avviata in diverse province tra cui Torino e Milano. Del resto, dove si è privatizzato ci sono state ripercussioni sulle tariffe e nella pubblica fruibilità del bene». L'esempio di Arezzo è esemplificativo. Nel giugno 1999, infatti con molto anticipo sugli altri, l'Ato di Arezzo affidò, come è oggi avvenuto a Napoli, la gestione del Sevizio Idrico Integrato ad una società mista a prevalente capitale pubblico locale, la Nuove Acque S.p.A. La Nuove Acque S.p.A, ha poi affidato al solo socio privato che è legato alla multinazionale francese Suez Lyonnaise des Eaux la gestione del Servizio Idrico Integrato. A distanza di cinque anni la privatizzazione non ha portato risultati positivi, tutt'altro. Significative in tal senso, forse più di ogni altro commento, le parole di Carlo Schiatti, presidente dell'assemblea Ato di Arezzo, pronunciate nel corso della relazione di gestione dello scorso anno: «La storia di questi anni ha mostrato che le cose sono andate in maniera ben diversa, in parte per l'amara constatazione che la parte pubblica non è in grado di esercitare il suo ruolo di maggioranza all'interno di una S.p.A. dove la minoranza, consistente, è costituita da un socio importante, potente e ben organizzato, in parte per la patologica circostanza per la quale le determinazioni del cda di Nuove Acque sono state costantemente aderenti alle proposte dell'amministratore delegato, espressione del socio privato. Ho creduto nel progetto. Non ha funzionato e non funziona. Dobbiamo avere il coraggio di dire che abbiamo sbagliato: il Servizio Idrico Integrato non può essere privatizzato, né in parte, né del tutto. La nostra esperienza ha dimostrato che il Servizio Idrico Integrato deve restare pubblico. Onore a chi lo aveva capito prima, e speriamo almeno che serva a qualcun altro».

Manifesto 14 dicembre 2004










Postato da: Ellend a 08:58 | link | commenti |
il manifesto

martedì, 14 dicembre 2004

Il centrosinistra fa acqua da tutte le parti
«Scelta inevitabile» Così viene difesa una scelta privatista che consegna al mercato il 49% del servizio nella zona Napoli-Volturno. Margherita e Ds acconsentono
DARIO STEFANO DELL'AQUILA

NAPOLI
Polemiche e imbarazzi per la scelta dell'assemblea dell'Ente d'Ambito (ATO) di affidare ai privati la gestione del servizio idrico integrato di Napoli-Volturno. L'assemblea, composta dai sindaci di 136 comuni per un bacino di oltre 2 milioni di abitanti, ha infatti, il 23 novembre scorso deliberato di affidare la gestione del servizio a una società a capitale misto, 60% pubblico, 40% privato. Ma la delibera di affidamento, approvata con 96 voti favorevoli, 2 contrari e 3 astenuti, prevede che, entro il primo anno l'ATO ceda il 9% delle sue azioni, portando così a 49% la partecipazione del privato ed entro il secondo avvii il procedimento di dismissione della propria quota azionaria. Di fronte a questa situazione il «Comitato italiano contratto mondiale per l'acqua», presieduto da Riccardo Petrella, Emilio Molinari e Rosario Lembo, non ha esitato a parlare di privatizzazione e di scelta grave e inaccettabile, così come hanno fatto la Rete Lilliput e padre Alex Zanotelli.

In effetti, già da fine ottobre, il comitato aveva sollecitato con una lettera appello i sindaci componenti l'assemblea. Il Comitato ritiene infatti, confortato dalla legge, che alla luce dell'attuale normativa siano possibili tre tipi di gestione, una affidata ai privati, una mista e una interamente pubblica, cosiddetta in house. Alla lettera ha fatto seguito un ordine del giorno, presentato dal gruppo regionale del Pdci, approvato all'unanimità dal consiglio, in cui si impegnava la giunta a garantire che la gestione dell'acqua rimanesse completamente pubblica.

Tensioni in consiglio comunale a Napoli, mentre il gruppo consiliare di Rinfondazione comunista abbandonava l'aula per protesta contro la scelta della società mista, il sindaco Rosa Russo Iervolino dichiarava: «L'acqua è un bene e non si deve perdere il controllo pubblico. Non è il caso di creare una spaccatura all'interno dell'azienda, perché il problema è quello di rivendicare quest'unità d'intenti. Poi si può discutere su come applicarla». Ma la discussione su come garantire che l'acqua rimanga un bene pubblico non si è mai aperta e prima di ogni chiarimento è giunta la decisione dell'assemblea. Nonostante infatti le proteste politiche e gli appelli del Comitato italiano, l'assemblea dell'Ato ha deliberato in senso inverso. L'assemblea, così come quasi tutto il centro sinistra, ha difeso la sua scelta come un'opzione dettata da obblichi normativi. Mancherebbero infatti i decreti ministeriali attuativi e sarebbe stata rimessa alla Corte di giustizia europea la questione della compatibilità del servizio in house. Un'argomentazione tecnica che non ha convinto né rassicurato. In Italia, ad esempio, le province di Torino, Milano, Alessandria, Savona, Ancona, Ascoli, Lecco e Lodi hanno adottato il sistema della gestione pubblica diretta, modello del resto previsto dalla normativa. E così mentre il sindaco di Napoli, Rosa Russo Jervolino si è impegnata a dichiarazioni di apertura nei confronti di Rifondazione comunista, il suo partito plaude alla scelta della società mista. La decisione dell'assemblea è stata infatti accolta con grande soddisfazione da tutta la Margherita, cittadina e provinciale: «La decisione consente di non perdere i finanziamenti europei - ha dichiarato il segretario cittadino Nino Bocchetti - e la preoccupazione che si possa avere tra due anni una dismissione di capitale pubblico è infondata». Convinti di questa scelta anche i Ds, che, per bocca dell'assessore provinciale di Napoli Luca Stamati, la difendono come una scelta che garantisce la pubblica fruibilità dell'acqua. Stamati, che è anche vicepresidente dell'ATO, sostiene che «pur essendo in linea di principio contrario a ogni privatizzazione, l'ipotesi di una gestione totalmente pubblica delle nostre risorse idriche è attualmente impraticabile, mentre la gestione mista è pienamente rispondente alle normative vigenti. Inoltre la scelta "mista" è già stata fatta in città come Arezzo, Terni, Latina e Verona. Infine, il sistema che abbiamo adottato garantisce il controllo a maggioranza pubblica per i prossimi 25 anni».

Non la pensa così Rosario Lembo del Comitato Italiano secondo il quale «questa scelta aprirà l'ingresso alla gestione delle risorse idriche di imprese multinazionali, e le conseguenze a livello di aumento del tariffe dell'acqua potabile saranno inevitabili. Il caso di Arezzo già sperimentato dal 1999 attesta chiaramente con le dichiarazioni dello stesso presidente dell'ATO all'assemblea dell'ottobre 2003, che la gestione mista aperta a gara non ha funzionato e non funziona».

Al Comitato non hanno dubbi, «gli amministratori locali non possono più difendersi dicendo che la privatizzazione è imposta dalla Commissione europea. Sono scelte politiche di cui devono dare conto ai cittadini» e si sono rivolti direttamente ai segretari nazionali del centrosinistra perché dicano una parola chiara sulla privatizzazione dell'acqua a Napoli e chiedendo di farne punto di programma nazionale. Al momento risposte e garanzie di impegno, solo da Fausto Bertinotti e Oliviero Diliberto. Per il resto un imbarazzante silenzio, come se il centrosinistra si fosse perso in un bicchiere d'acqua.

Il Manifesto 12 dicembre 2004














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il manifesto

lunedì, 13 dicembre 2004

Carceri in leasing, è il via libera ai privati
Il senato vota favore della costruzione dei nuovi penitenziari. Si comincia con quelli di Pordenone e Varese. A realizzarli saranno società private che li avranno in gestione per dieci anni
DARIO STEFANO DELL'AQUILA


Parere favorevole della Commissione Giustizia del Senato al piano per l'edilizia peniteniziaria (circa 270 miliardi di vecchie lire). La novità è che le nuove carceri, a cominciare da Pordenone e Varese saranno costruite in leasing. Ciò significa che gli Istituti saranno costruiti da privati, con l'impegno dello Stato a pagare un canone mensile. La gara d'appalto per la costruzione è stata bandita, i lavori, secondo il presidente della commissione giustizia Antonino Caruso (An), dovrebbero cominciare entro dicembre e concludersi fra tre anni. Alla fine di un periodo di dieci anni l'amministrazione penitenziaria deciderà se riscattare definitivamente le strutture. La formula della locazione finanziaria, applicata per la prima volta nel nostro paese, apre la strada ad una nuova stagione per il sistema penitenziario e in una direzione che convince poco, perché ha il sapore di un inizio di privatizzazione. Nell'operazione un ruolo fondamentale ha la Dike spa, società nata dalla Patrimonio spa, che ha il compito di vendere il patrimonio immobiliare penitenziario. Con i fondi di queste cessioni si dovrebbe provvedere al pagamento del leasing. Per Patrizio Gonnella, coordinatore dell'Associazione Antigone, che a ottobre presenterà il terzo rapporto dell'Osservatorio nazionale sulla detenzione «non è certo con la costruzione di questi edifici che si risolve il problema del sovraffollamento. L'ultimo dato è di 56.500 detenuti su una capienza tollerabile di 42.000 posti».

Molto critico Alberto Burgio, responsabile Giustizia del Prc, che parla di una atto «sul solco dei processi di privatizzazione in un ottica di riduzione progressiva degli spazi di intervento pubblico. Invece di scegliere la strada della riduzione penale si perseguono le politiche della tolleranza zero e diriducono i diritti di cittadinanza dei detenuti».

In effetti, mentre non si discute sulla necessità di sostituire edifici fatiscenti, per migliorare le condizione della detenzione, quello che turba è l'inserimento di meccanismi di profitto nel delicato settore della privazione della libertà. Negli Usa e in Gran Bretagna i processi di privatizzazione della pena, quelli che il criminologo Nils Cristhie definisce il business penitenziario, sono già ampiamente diffusi attraverso l'affidamento ai privati della costruzione e della gestione degli istituti di pena, con conseguente abbassamento dei diritti delle persone recluse. In Europa, un'esperienza analoga a quella italiana è stata avviata dalla Francia. Più in generale l'esperienza insegna che le politiche della tolleranza zero rappresentano un buon indotto per il settore edile.

Il timore è confermato anche da legame che si è stretto tra le lobby di costruttori e l'azione governativa. Nel consiglio d'amministrazione della Dike è presente l'ex presidente dell'Associazione nazionale costruttori. Franco Corleone, oggi Garante per i diritti dei detenuti a Firenze, già sottosegretario alla Giustizia con il centrosinistra, ha un approccio laico, ma a duro nei confronti del governo «Non sarei ideologicamente contrario all'utilizzo del leasing. Quello che mi preoccupa sono tre cose: che i progetti per la costruzione delle carceri, siano funzionali più alle esigenze del costruttore privato che al rispetto delle garanzie previste dalla legge, che vuol dire che non ci sono risorse, e che ci potrebbe essere un pensiero recondito che apra la via alla privatizzazione. In questo il fatto che la Dike sia di fatto una società privata, non sottoposta al vaglio parlamentare mi preoccupa».

Certamente l'utilizzo del leasing è dettato da vincoli di bilancio che con questo strumento vengono aggirati. Si simulano spese correnti quando in realtà si fanno nuovi investimenti. Con un bilancio in ordine si potrebbe contrarre un mutuo. Il canone di locazione mensile è infatti molto più alto di un semplice fitto o di un mutuo, perché copre il privato dell'eventuale rischio che il bene non venga acquistato. Il bene acquisito viene alla fine a costare molto di più se si è certi di volerlo riscattare alla fine del contratto. Appare infatti inverosimile che al termine dei dieci anni lo Stato dica «o grazie». Il costo del carcere di Pordenone era inizialmente previsto intorno ai 20 miliardi di lire oggi la stima è di 32 milioni di euro.

Il Manifesto 4 agosto 2004













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carcere, il manifesto

La quinta colonna in una ricetta

Martedì 1 aprile 2003
 

Voglio congratularmi per il fantastico lavoro fatto dall’Intelligence…E oggi l’Italia ha arrestato un’altra cellula di gente pronta ad usare le armi di distruzione di massa contro quanti amano la libertà”G.W.Bush, Washington 31.01.2003

 

Napoli - Prendete un chilo di tritolo, 28 pakistani, alcuni ritagli di giornale con foto di militari della Nato, un Tuttocittà con delle strade cerchiate. Versate il tutto nella casa di un boss della camorra oggi collaboratore di giustizia, aggiungete una normale ispezione del comando provinciale dei carabinieri e fate cuocere a fuoco lento, offrendo alla stampa preziose indiscrezioni ma nessuna informazione. Aggiungete a questo punto un intraprendente pubblico ministero, i complimenti del presidente Bush e i sorrisi del presidente Berlusconi. Se il tempo di cottura è stato uniforme potete, offrire ai vostri invitati il piatto di un’inchiesta contro il terrorismo islamico. Da servire caldo, insieme ai titoli dei primi telegiornali. Potete impreziosire il vostro piatto con dell’antrace scomparso e accompagnare il tutto con del buon vino rosso. E’ questa, in sintesi, la ricetta della più grande beffa dell’antiterrorismo in Italia. Accompagnata da clamori e ovazioni (compreso un esilarante comunicato del sindacato dei vigili urbani di Napoli Snavu in cui si sostiene che quando allontanano un immigrato con la sua bancarella fanno antiterrorismo perché dietro ogni clandestino si cela il nemico) l’inchiesta si è sgonfiata al primo serio esame di un gip, Ettore Favara, che ha ancora a mente i principi costituzionali. Un giudice che, evidentemente poco convinto ma sotto pressione, aveva convalidato una prima volta gli arresti, ma che poi è tornato a interrogare tutti e 28 i pakistani e ha disposto la loro scarcerazione. A un occhio attento l’intera operazione doveva apparire quanto meno stravagante. Una cellula terroristica che infila tutti i suoi membri in un’unica palazzina, di proprietà della camorra, che li fa dormire su brande, che fornisce loro un chilo di tritolo (che diviso ventotto fa 35 grammi a testa) un Tuttocittà, la foto di un presunto obiettivo ritagliata da un giornale. E che nonostante un primo controllo dei carabinieri il 28 gennaio non decide di trasferirsi in un covo più sicuro. Persino le videocassette che dovevano contenere i messaggi di Osama Bin Laden sono poi risultate essere film porno.

Ma questa trasandatezza nell’inchiesta, questa assenza di intercettazioni e pedinamenti, queste conclusioni affrettate di aver scovato una pericolosissima cellula che aveva la Nato nel mirino, è poi così casuale? Forse c’è di più. Fonti bene informate ci raccontano di una rivalità tra i corpi di polizia per portare a casa un’inchiesta sul terrorismo, islamico o rosso, meglio se tutti e due insieme. L’obiettivo è ampio e prende di mira, nell’ordine, islamici, brigatisti, anarchici, disobbedienti, antagonisti, cobas, pezzi di Rifondazione. Se la Digos di Torino, pur scontando numerosi conflitti con la procura, ha portato a casa dei primi risultati i fedelissimi dell’Arma sono ancora al palo. Non che non ci abbiano provato, ma purtroppo, con il fallimento dell’inchiesta di Cosenza, hanno subito un brutto colpo. I teoremi sono lunghi a prepararsi, richiedono anni di lavoro, intercettazioni, appostamenti, e c’è infine il rischio di non trovare il giudice giusto che valorizzi il lavoro. Se lavori bene mediaticamente invece la rapidità è un elemento vincente. A Napoli gli inquirenti non hanno tenuto nessuna conferenza stampa ufficiale, ma il passaggio di veline è stato continuo. Prima ancora che il gip potesse ascoltare gli arrestati si erano complimentati con le forze dell’ordine i presidenti Bush e Berlusconi. Accumulare molti elementi alla rinfusa, senza concentrarsi su una prova o su un’ipotesi rende ancora più difficile smontare le accuse. L’enfasi mediatica basata su elementi confusi non permette un contraddittorio e rende difficile costruire un’argomentata opposizione a chi non ti offre argomenti ma generici indizi. Il primo comunicato battuto dall’Ansa ha lo stile di una velina della questura, con il pregio di essere scritta in italiano corrente. Nel testo breve, appena dieci righe, si ricorda subito come la maggior parte dei pakistani sia clandestina (notizia poi non vera). Lo «stretto riserbo» degli inquirenti non impedirà ai giornalisti di disporre di particolari piccanti quanto contrastanti e inutili, compresa la presenza di alcune tessere della Cgil nell’appartamento. La scelta di un target adeguatamente debole può risultare un altro elemento decisivo: nel nostro caso gli indagati sono affidati ad avvocati d’ufficio, non hanno particolare copertura politica, non conoscono l’italiano e, cosa più importante, possono essere espulsi velocemente in caso di scarcerazione facendo scivolare nell’oblio l’intera operazione. In questo scenario non conta che l’inchiesta regga in fase processuale. Quello che è importante è che funzioni nella prima fase, quella degli arresti, sul piano giuridico, e quella della pubblica opinione sul piano politico. La concorrenza tra i vari corpi armati, ma anche tra parti della magistratura, è anche territoriale, e sembra forte la pressione perché spunti qualcosa dal meridione. L’inchiesta sul movimento di Cosenza è solo un segnale. La strategia è quella di aprire un fronte penale per ogni area importante d’Italia. Così a Torino c’è l’inchiesta sugli islamici (di iniziativa DIGOS), a Genova quella sul G8 (di iniziativa della magistratura), a Roma quella su Iniziativa comunista (di iniziativa della magistratura), a Taranto quelle sui Cobas, a Cosenza quella sul movimento (entrambe di iniziativa ROS). All’appello manca Napoli dove dopo il fallimento dell’arresto di Michele Pegna e quello dell’inchiesta sui pakistani si è di nuovo a zero.

http://www.globalproject.info/art-689.html

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Napoli, immigrati incatenati alla questura
 Source : Il Manifesto, 24 Novembre 2004

DARIO STEFANO DELL'AQUILA

NAPOLI Decine di immigrati si sono incatenati ieri mattina ai cancelli della questura di Napoli, in via Galileo Ferraris, mentre una lunga fila si snodava all'esterno dell'ufficio immigrazione. La protesta, organizzata da RdB, Cub, Immigrati in movimento, Comitato immigrati in Italia, è stata dettata dall'esasperante lunghezza dei tempi di attesa per il rinnovo del permesso di soggiorno. «Si attende dai 6 ai 12 mesi - ha detto Abou Bakar Soumahoro, ivoriano, tra i portavoce della protesta - e nel frattempo noi siamo fantasmi». Nell'attesa del rinnovo, infatti, gli immigrati sono costretti a uno stato di semiclandestinità. Si tratta di un problema che investe centinaia di migliaia di persone. In tutta la Campania, infatti, risultano presenti 111 mila immigrati regolari, il 48% di tutte le presenze immigrate nel Sud. Solo a Napoli e provincia si contano 61.500 immigrati, 37 mila dei quali regolarizzati con l'ultima sanatoria. Anche dalla provincia di Caserta, dove gli immigrati regolari sono circa 22 mila giungono numerose voci di disagio sui lunghi tempi di attesa per il rinnovo del permesso. La protesta ha colto di sorpresa agenti e funzionari della questura. Per diverse ore, nonostante le promesse, nessun funzionario ha voluto in incontrare i manifestanti, che hanno così annunciato un presidio permanente. Solo alle 13, dopo oltre quattro ore, è stato il questore in persona, Franco Malvano, ad incontrare una delegazione. «Il questore - ha riferito Abou - si è impegnato a rendere più efficiente e trasparente l'ufficio immigrazione, potenziando le risorse e gli uomini ad esso destinati. Abbiamo anche segnalato la gravità di alcuni casi, con persone seriamente malate, e c'è stato l'impegno a valutare in tempi rapidi le pratiche che riguardano i casi più urgenti». I migranti manifesteranno, insieme a un ampio arco di forze, il 4 dicembre a Roma: chiedono il ritiro della Bossi-Fini senza tornare alla Turco-Napolitano e alla cultura che l'ha ispirata




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il manifesto

Le ferite di Sarno
A sei anni dalla tragedia, il paese oscilla ancora tra l'emergenza e la ricostruzione
Dario Stefano Dell'Aquila e Luigi Colombo


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Sono trascorsi sei anni dalla tragedia, da quando una colata di fango portò via 160 persone, ma ancora oggi a Sarno, Quindici, Bracigliano, Siano, le ferite sono evidenti. Ad Episcopio, la spianata creata dalla massa di fango è ancora lì, con ai margini le case rovinate e la carcassa del vecchio ospedale. La strada Siano-Bracigliano, arteria fondamentale, chiusa dal giorno della tragedia. La via di fuga di San Vito-S. Eramo è una strada a senso unico alternato, dai margini distrutti, tra buche e cumuli di spazzatura. Con la pioggia diventa ancora più difficile da percorrere, sia a piedi che in auto. La sola novità sono dei lunghi canali di cemento che attraversano la città da monte a valle, lunghe ferite di cemento grezzo. I canali dovrebbero, nel sistema di messa in sicurezza, servire per far defluire le acque piovane, mentre a monte un sistema di enormi vasche di raccolta dovrebbe garantire l'espansione di una eventuale nuova colata. Il fango nelle vasche, l'acqua nei canali, e le case ricostruite lì dove erano perché l'intervento garantirà la messa in sicurezza dei luoghi, questo in sintesi la filosofia dell'intervento. «Ad oggi si è fatto solo il 20% di quello che bisognava fare, ci ha detto Alfonso Esposito, portavoce dei Comitati Riuniti. Ancora più duro Antonio Milone, dell'Associazione Rinascere, «di questo passo i lavori termineranno nel 2023», afferma con dura ironia. Il sub commissario per l'emergenza, il prof. Pasquale Versace, docente di costruzioni idrauliche, snocciola le cifre, 130 milioni di euro di lavori ultimati, 91 di lavori in corso, su una disponibilità di 314 milioni di euro. «Siamo all'80% di quello che bisognava fare, nella sola Sarno abbiamo effettuato 40 interventi e 14 sono in corso» ci dice nel suo studio, dove ci ha accolti con disponibilità.
Sembra preparato alle critiche, le accoglie, le condivide, ma poi, in sostanza non si muove di un punto il professor Versace. Si è vero ci sono dei ritardi, ma non dovuti al Commissariato, ma alla fase iniziale quando le responsabilità non facevano capo ad una unica struttura. Come manager difende l'attività del commissariato, come professore difende la bontà teorica del modello di intervento. Nella sola Sarno sono previsti circa 1000 espropri, centinaia di cantieri, con ricorsi al Tar, con una fase di progettazione iniziale non proprio perfetta, condizionata dall'emergenza e dalla fretta di accedere ai finanziamenti europei. Numerosi le varianti di progetto e molti i contenziosi con ditte che hanno abbandonato i lavori.
Ma, sostiene Versace, noi abbiamo appaltato quasi tutto e stiamo completando la fase di progettazione, entro venti mesi costruiremo la grande vasca, e in circa un anno apriremo la provinciale, con la costruzione delle vasche il sistema sarà perfetto. Sarà così, ma non mancano le critiche alla lentezza dei lavori e al modello di intervento. Se la progettazione iniziale non fosse stata approssimativa, se ci fossero stati studi più adeguati non ci sarebbero state così tante rinunce da parte delle imprese appaltatrici. Non solo, viene da chiedersi se i canali servono per lo scorrimento delle acque non era meglio cominciare dalle vasche che invece proteggono dal fango? Si è vero dicono al commissariato, se cominciassimo adesso faremmo le cose diversamente. Allora il sistema delle vasche non era condiviso da tutti, si è cominciato dai canali che oggi avremmo fatto sicuramente di dimensioni minori. Comunque, secondo Versace, i canali costruiti già adesso garantiscono anche dal rischio della colata. Una certezza questa criticata da alcuni esperti, per i quali non esiste nessuna prova che un'eventuale colata sia incanalata nei canali esistenti con il rischio inoltre che, se così fosse, senza vasche, il cemento dei canali rischierebe solo di accelerare la colata. Elio Barba, che da anni segue l'intera vicenda ci va giù duro «C'era tempo per pensare e studiare altre soluzioni. La storicizzazione ci insegna che eventi del genere si ripetono ogni due secoli. Che c'era tempo del resto lo sapevano gli stessi che hanno realizzato questo modello, tanto è vero che hanno cominciato dai canali, che per loro stessa ammissione non sono affatto fondamentali e non dalle vasche. Bisogna fermare i lavori, perché sono inutili e dispendiosi. L'alternativa c'è e sono i presidi e i monitoraggi del territorio».
I cittadini, esasperati, sembrano non mettere in discussione il modello di vasche e di canali, la loro unica esigenza è quella di fare presto. A sei anni dalla tragedia centinaia di nuclei familiari aspettano la ricostruzione delle loro case. Case che verranno ricostruite lì dove erano prima, a pochi metri dai canali. Un segnale per dire che il meccanismo vasche-canali funzionerà perfettamente. Ma non mancano già da ora perplessità. Il sistema prevede infatti una manutenzione e cura dei canali che già adesso sembra mancare, nonché un controllato sviluppo urbanistico. Erba e detriti sono presenti nei canali, e non mancano fenomeni di abusivismo edilizio che il recente condono ha vieppiù stimolato. Nel 1998 a Sarno furono 64 gli abusi edilizi rilevati, nel 2003 si è arrivati a 440, 53 nei primi mesi del 2004. La tragedia in questo non ha insegnato niente, così come i precedenti disastri,dei quali è possibile trovare riscontro sin dal 1630. Ad oggi la fase dell'emergenza sembra dover terminare anche formalmente. Dal 30 giugno un'agenzia dovrà prendere il posto del commissariato e si dovrebbe tornare alle procedure ordinarie. Scorriamo i numeri forniti dal commissariato, 133 interventi effettuati, 39 in corso d'opera, ma i numeri non sembrano aver reso Sarno meno precaria e più sicura. La nuova vasca costerà 34 milioni di euro. Notiamo, tra le voci di spesa, anche 913.139,00 euro destinati ad interventi di manutenzione straordinaria della Curia Vescovile. Magari, con l'aiuto di Dio, per i prossimi lavori si procederà più velocemente.
Il Manifesto 7-04-2004





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